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MV.EV7.c452

LA PARABOLA DEI 10 MONUMENTI

 

“…A riconfermare con amore, e con promesse di certo amo­re di Dio, ciò che prima era stato detto con rigore da una parte e ascoltato con timore dall’altra. Per farvi ben capire ciò che sono i dieci comandamenti e quale importanza ha il seguirli, vi dico questa parabola.

Un padre di famiglia aveva due figli, ugualmente amati e dei quali egli voleva essere in uguale misura il benefattore. Questo padre aveva, oltre alla dimora dove erano i figli, dei possessi dove erano grandi tesori nascosti.

I figli sapevano di questi tesori ma non sapevano la via per andarvi, perché il pa­dre, per motivi suoi propri, non aveva rivelato ai figli la via per giungervi, e ciò per molti e molti anni. Però, ad un certo momento, chiamò i suoi due figli e disse:

“É bene che ormai voi conosciate dove sono i tesori che il pa­dre vostro ha messo da parte per voi, per poterli raggiungere quando io ve lo dirò. Intanto conoscetene la strada e i segnali che ho messo in essa, perché voi non smarriate la via giusta. Sentitemi dunque. I tesori non sono in pianura dove stagnano le acque, arde il solleone, sciupa la polvere, soffocano gli spini e i triboli, e dove facilmente i ladri possono giungere per deru­barvi. I tesori sono in cima a quell’alto monte, alto e scabro. Io li ho collocati là in cima e là vi, attendono. Il monte ha più di un sentiero, anzi ha molti sentieri. Ma uno solo è buono. Gli al­tri, quali finiscono in precipizi, quali in caverne senza uscita, quali in fosse di acqua melmosa, quali in serpai di vipere, quali in crateri di zolfo acceso, quali contro muraglie insuperabili. Quello buono, invece, è faticoso, ma giunge alla vetta senza in­terruzione di precipizi o altri ostacoli. Perché voi lo possiate riconoscere, io ho messo lungo di esso a distanze regolari dieci monumenti di pietra con sopra incise queste tre parole di rico­noscimento: amore, ubbidienza, vittoria. Andate seguendo questo sentiero e raggiungete il luogo del tesoro. Io, poi, per al­tra via, nota a me solo, verrò e ve ne aprirò le porte perché sia­te felici”.

 I due figli salutarono il padre che, finché poté essere udito da loro, ripeté:

“Seguite la via che vi ho detto. É per vostro be­ne. Non lasciatevi tentare dalle altre, anche se vi sembrano mi­gliori. Perdereste il tesoro e me con esso…”

Eccoli giunti ai piedi del monte. Un primo monumento era alla base, proprio all’inizio del sentiero che era al centro di una raggiera di sentieri che salivano alla conquista del monte in ogni senso.

I due fratelli iniziarono la salita sul sentiero buono. Era ancora molto buono nel primo tempo, benché senza un filo d’ombra. Dall’alto del cielo il sole vi scendeva a picco innon­dandolo di luce e di calore. La candida roccia in cui era taglia­to, il terso cielo sul loro capo, il caldo sole ad abbraccio delle loro membra: ecco ciò che vedevano e sentivano i fratelli. Ma, ancora animati da buona volontà, dal ricordo del padre e delle sue raccomandazioni, salivano gioiosi verso la cima. Ecco un secondo monumento… e poi ecco il terzo. Il sentiero era sem­pre più faticoso, solitario, ardente. Non si vedevano neppur più gli altri sentieri, nei quali erano erbe e piante o acque chiare e soprattutto salita più dolce, perché meno ripida e tracciata nel suolo, non già sulla roccia.

“Nostro padre ci vuol far giungere morti”, disse un figlio giungendo al quarto monumento. E cominciò a rallentare il passo. L’altro lo confortò a proseguire dicendo:

“Egli ci ama come altri se stessi e più ancora, perché ci ha salvato il tesoro così meravigliosamente. Questo sentiero nella roccia, che senza smarrimenti sale dal basso alla cima, lo ha scavato lui. Questi monumenti li ha fatti lui per guida nostra. Pensa, fratello mio! Lui, da solo, ha fatto tutto questo, per amore! Per darlo a noi! Per fare che vi giungiamo senza sbaglio possibile e senza peri­colo”.

 Camminarono ancora. Ma i sentieri lasciati a valle ogni tan­to si riaccostavano al sentiero nella roccia, e sempre più lo fa­cevano più il monte, avvicinandosi alla cima, si faceva più stretto nel suo cono. E come erano belli, ombrosi, invitanti!.. .

“Io quasi prendo uno di quelli”, disse il malcontento giun­gendo al sesto monumento. “Tanto, anche quello va alla cima.”

“Tu non lo puoi dire… Non vedi se sale o se scende…”.

“Eccolo lassù!”.

“Non sai se è questo. E poi il padre lo ha detto di non la­sciare l’onesto sentiero…” .

 Di mala voglia lo svogliato proseguì. Ecco il settimo monu­mento:

“Oh! io me ne vado proprio”.

“Non lo fare, fratello!”.

Su per il sentiero veramente difficilissimo, ormai. Ma la ci­ma era ormai prossima… Ecco l’ottavo monumento e vicino, proprio rasente il sentie­ro fiorito.

“Oh! lo vedi che, se non in linea retta, va proprio su anche questo?”.

“Non sai se è quello”.

“Sì. Lo riconosco.”

“Ti inganni”.

“No. Vado”.

“Non lo fare. Pensa al padre, ai pericoli, al tesoro”.

“Ma vadano in perdita tutti! Che me ne faccio del tesoro se giungo in cima morente? Quale pericolo più grande di questa via? E quale odio più grande di questo del padre che ci ha bef­fati con questo sentiero per farci morire? Addio. Giungerò pri­ma di te, e vivo…”, e si gettò nel sentiero attiguo scomparendo con una esclamazione di gioia dietro i tronchi che l’ombreggia­vano.

L’altro proseguì tristamente. ..

Oh! la via nel suo ultimo tratto era proprio tremenda! Il viandante non ne poteva più. Era come ubriaco di fatica, di sole! Al nono monumento si fermò ansante, appoggiandosi alla pietra scolpita e leggendo macchinalmente le parole incise. Vicino era un sentiero d’om­bra, d’acque, di fiori…

“Quasi quasi… Ma no! No. Lì è scritto, e l’ha scritto mio padre: amore, ubbidienza, vittoria. Devo cre­dere. Al suo amore, alla sua verità, e devo ubbidire per mostra­re il mio amore… Andiamo… L’amore mi sorregga…” .

Ecco il decimo monumento… Il viandante esausto, arso dal sole, cam­minava curvo come sotto un giogo… Era l’amoroso e santo gio­go della fedeltà che è amore, ubbidienza, fortezza, speranza, giustizia, prudenza, tutto… Invece di appoggiarsi, si gettò se­duto a quella larva d’ombra che il monumento faceva al suolo. Si sentiva morire… Dal sentiero accosto veniva un rumore di ruscelli e odor di bosco…

“Padre, padre, aiutami col tuo spiri­to, nella tentazione.. ., aiutami a essere fedele sino alla fine…”.

 Da lontano, ridente, la voce del fratello: “Vieni, ti aspetto. Qui è un eden… Vieni…”.

“Se andassi?…” , e gridando forte:

 “Si sale proprio alla vetta?­”

“Sì, vieni. C’è una galleria fresca che porta su. Vieni! La vedo già, la vetta, oltre la galleria nel masso…”

“Vado? Non vado?… Chi mi soccorre?… Vado…”.

 Puntò le mani per rialzarsi e, mentre lo faceva, notò che le parole scol­pite non erano più sicure come quelle del primo monumento:

“Ogni monumento, le parole erano più leggere… come se il pa­dre mio, spossato, avesse faticato a inciderle. E… guarda!… Anche qui quel segno rosso bruno che già era visibile dal quin­to monumento… Solo che qui esso empie il cavo di ogni parola ed è scolato fuori, rigando il masso come di lacrime scure, co­me… di sangue…”.

Grattò col dito là dove era una macchia vasta quanto due mani. E la macchia si sfarinò lasciando sco­perte, fresche, queste parole:

“Così vi ho amato. Sino a sparge­re il sangue per condurvi al Tesoro”.

“Oh! oh! Padre mio! E io potevo pensare a non fare il tuo comando?! Perdono, padre mio! Perdono”.

Il figlio pianse con­tro il masso, e il sangue che empiva le parole si rifece fresco splendendo come rubino, e le lacrime furono cibo e bevanda al figlio buono, e forza…. Si alzò… per amore chiamò il fratello, forte, forte… Voleva dirgli la sua scoperta… l’amore del padre, dirgli:

 “Torna”.

Nessuno rispose… Il giovane riprese l’andare, quasi a ginocchi sulla pietra ro­vente, perché era proprio sfinito nella carne dalla fatica, ma lo spirito era sereno. Ecco la vetta… E là, ecco il padre.

“Padre mio!”,

 “Figlio di­letto!”.

 Il giovane si abbandonò sul petto paterno, il padre lo accolse coprendolo di baci.

“Sei solo?”.

“Sì… Ma presto giungerà il fratello…” .

 “No. Non giungerà più. Ha lasciato la via dei dièci monu­menti. Non vi è tornato dopo i primi disinganni ammonitori. Vuoi vederlo? Eccolo là. Nel baratro di fuoco… É stato perti­nace nella colpa. Lo avrei ancora perdonato e atteso se, dopo aver conosciuto l’errore, fosse tornato sui suoi passi e, sebbene con ritardo, fosse passato per dove l’amore è passato per pri­mo, soffrendo sino a spargere il suo sangue migliore, la parte più cara di se stesso, per voi.”

“Egli non sapeva….”

 “Se egli avesse guardato con amore le parole scolpite nei dieci monumenti avrebbe letto il loro vero significato. Tu lo hai letto sin dal quinto monumento e lo hai fatto notare all’al­tro dicendo: ‘Il padre qui deve essersi ferito!’, e lo hai letto nel sesto, settimo, ottavo, nono… sempre più chiaro, sinché hai avuto l’istinto di scoprire ciò che era sotto il sangue mio. Sai il nome di quell’istinto? ‘Tua vera unione con me’. Le fibre del tuo cuore, fuse alle mie fibre, hanno trasalito e ti hanno detto: ‘Qui avrai la misura di come ti ama il padre’. Ora entra nel possesso del Tesoro e di me stesso, tu, amoroso, ubbidiente, vittorioso in eterno.”

Questa la parabola. I dieci monumenti sono i dieci comandamenti. Il vostro Dio li ha scolpiti e messi sul sentiero che porta al Tesoro eter­no, e ha sofferto per condurvi a quel sentiero. Voi soffrite? An­che Dio. Voi dovete forzare voi stessi? Anche Dio. Sapete sino a che punto? Soffrendo di separarsi da Se stesso e di forzarsi a conoscere l’essere Uomo con tutte le miserie che l’umanità por­ta seco: il nascere, il patire freddo, fame, fatica e sarcasmi, af­fronti, odii, insidie e infine la morte dando tutto il Sangue per darvi il Tesoro. Questo soffre Dio sceso a salvarvi. Questo sof­fre Dio nell’alto del Cielo permettendo a Se stesso di soffrirlo. In verità vi dico che nessun uomo, per faticoso che sia il suo sentiero per giungere al Cielo, non farà mai un sentiero più fa­ticoso e doloroso di quello che il Figlio dell’uomo percorre per venire dal Cielo alla Terra e dalla Terra al Sacrificio per aprir­vi le porte del Tesoro. Nelle tavole della Legge è già il mio Sangue. Nella Via che vi traccio è il mio Sangue. La porta del Tesoro si apre sotto l’onda del mio Sangue. La vostra anima si fa candida e forte per il lavacro e il nutrimento del mio Sangue. Ma voi, perché non sia sparso invano, dovete battere la via immutabile dei dieci comandamenti.”

Per identificare un brano, o una porzione di brano, occorre un codice semplice ed univoco.

Coordiante di un ritaglio:

Le “coordinate” del ritaglio di un testo sono del tipo A.B.C.C.C.C dove le lettere identificano a modo loro la provenienza del ritaglio.

Opera e volume:

A e B sono fondamentali.

  • Per A si intende l’opera valtortiana nel suo complesso, oppure altra fonte codificata. Solitamente al posto di A si può mettere “MV”,che sta per Maria Valtorta, intendendo quindi la sua opera. La stessa posizione di codice può essere usata anche per identificare altri testi. Se si riporta un ritaglio di testo che proviene dalla Bibbia ad esempio, si scriverà “BIB” invece di “MV”. Se si riporta da un’altra fonte, occorrerà stabilire un codice per essa. Ad esempio un articolo di giornale sarà siglato “NEWS.” e non “MV.”
  • Per B si intende un volume preciso. Poichè l’opera valtortiana si differenzia tra vari volumi, si deve specificare quale.  Ad esempio “EV” può indicare l’opera “L’evangelo come mi è stato rivelato”, mentre “Q43″ indicherà “I quaderni del 1943″.  Con “AZ” il volume “Azaria”.

L’elenco per A e B completo, per l’opera valtortiana,  è il seguente:

MV.   L’opera valtortiana nel suo complesso

BIB.    La Bibbia

MV.EV    All’interno dell’opera valtortiana, “L’evangelo come mi è stato rivelato”

MV.EV1    Il primo volume dell’opera di sopra (EV2 per il secondo, e naturalmente EV3 … Ev10 dal terzo al decimo ed ultimo)

MV.AZ   Per il volume “Azaria”

MV.LEZ    Per il volume “Lezioni sull’epistole di San Paolo ai Romani”

MV.Q43    Per “I quaderni del 1943″

MV.Q44    Per “I quaderni del 1944″

MV.Q4550    Per “I quaderni del 1945 / 1950″

MV.QTT    Per “I quadernetti”

Riferimenti più precisi:

  • Per C si intendono ulteriori coordiante che identificano meglio il testo
  1. Il capitolo. Ad esempio MV.EV2.cap234 identifica il capitolo 234 del volume 2, dell’evangelo, dell’opera valtoritana. Si può anche usare MV.EV2.c234 ma è più leggibile “cap”;
  2. Un numero. se l’opera è divisa in punti numerati. MV.AZ.num23 indica il numero 23 di Azaria;
  3. L’ edizione particolare di un anno. Ad esempio MV.EV2.cap234.ed2006 indica chiaramente l’edizione dell’anno 2006. Per i testi valtortiani non ci sono problemi, ogni edizione è dello stesso editore unico e non importa specificarlo.
  4. Una versione. Ad esempio l’editore valtortiano mette on line il 20% dell’opera dell’evangelo scaricabile. Se si vuole specificare questo nelle coordinate del ritaglio, allora si scrive MV.EV2.ed2006-20 ad esempio, specificando che da essa è tratto e non da altre

Norma fondamentale:
Mentre A e B e C.1 oppure C.2  sono fondamentali, i restanti sono a discrezione e se c’è tempo.

Convenzioni: 

Specificare con un asterisco * dopo il capitolo o il numero, indica che si è ritagliato tutto il capitolo, o tutto il numero. Così MV.EV3.cap234*.ed2006 indica che ritaglio tutto quanto il capitolo. Normalmente il ritaglio è sempre parziale.

Pagina in corso …

#2010#Q4550.d5febbraio47

3‑2‑47.

Dice Gesù:

«La ragione più profonda del dono di quest’Opera, fra le molte altre che il mio portavoce conosce, è che in questi tempi, nei quali il modernismo condannato dal mio S. Vicario Pio X si corrompe in sempre più dannose dottrine umane, la S. Chiesa rappresentata dal mio Vicario abbia materia di più a combattere coloro che negano: la soprannaturalità dei dogmi; la divinità del Cristo; la verità del Cristo Dio e Uomo, reale e perfetto così nella Fede come nella storia che di Lui è stata tramandata (Vangelo, Atti degli Apostoli, Epistole apostoliche, Tradizione); la dottrina di Paolo e Giovanni e dei Concili di Nicea, Efeso[1] e Calcedonia e altri più recenti, come mia vera dottrina da Me verbalmente insegnata o ispirata; la mia sapienza illimitata perché divina; l’origine divina dei Dogmi, dei Sacramenti e della Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica; l’universalità e continuità, sino alla fine dei secoli, del Vangelo da Me dato e per tutti gli uomini; la natura, perfetta dall’inizio, della mia dottrina che non si è formata quale è attraverso a successive trasformazioni, ma tale è stata data: dottrina del Cristo, del Tempo di Grazia, del Regno dei Cieli e del Regno di Dio in voi, divina, perfetta, immutabile, Buona Novella per tutti i sitibondi di Dio.

Al dragone rosso con sette teste, dieci corna e sette diademi sulle teste , che con la coda trae dietro la terza parte delle stelle del Cielo e le fa precipitare ‑ e in verità vi dico che esse precipitano ancor più in basso che sulla Terra ‑ e che perseguita la Donna , alle bestie del mare e della terra che molti, troppi, adorano, sedotti come sono dai loro aspetti e prodigi, opponete il mio Angelo volante nel mezzo del Cielo tenendo il Vangelo eterno ben aperto anche sulle pagine sin qui chiuse, perché gli uomini possano salvarsi per la sua luce dalle spire del gran Serpente dalle sette facce che li vuole affogare nelle sue tenebre, e al mio ritorno Io ritrovi ancora la fede e la carità nel cuore dei perseveranti, e siano questi numerosi più di quanto l’opera di Satana e degli uomini non dànno a sperare che possano essere 2


[1] I dodici anatematismi

1. Se qualcuno non confessa che l’Emmanuele è Dio nel vero senso della parola, e che perciò la santa Vergine è madre di Dio perché ha generato secondo la carne, il Verbo fatto carne (40), sia anatema.

2 Se qualcuno non confessa che il Verbo del Padre assunto in unità di sostanza l’umana carne, che egli è un solo Cristo con la propria carne, cioè lo stesso che è Dio e uomo insieme, sia anatema.

3. Se qualcuno divide nell’unico Cristo, dopo l’unione le due sostanze congiungendole con un semplice rapporto di dignità, cioè d’autorità, o di potenza, e non, piuttosto con un’unione naturale, sia anatema.

4. Se qualcuno attribuisce a due persone o a due sostanze le espressioni dei Vangeli e degli scritti degli apostoli, o dette dai santi sul Cristo, o da lui di se stesso, ed alcune le attribuisce a lui come uomo, considerato distinto dal Verbo di Dio, altre, invece, come convenienti a Dio, al solo Verbo di Dio Padre, sia anatema.

5. Se qualcuno osa dire che il Cristo è un uomo portatore di Dio, e non piuttosto Dio secondo verità, come Figlio unico per natura, inquantoché il verbo si fece carne (41) e partecipò a nostra somiglianza della carne e del sangue (42), sia anatema.

6. Se qualcuno dirà che il Verbo, nato da Dio Padre è Dio e Signore del Cristo, e non confessa, piuttosto, che esso è Dio e uomo insieme, inquantoché il Verbo si è fatto carne (43) secondo le Scritture, sia anatema.

7. Se qualcuno afferma che Gesù, come uomo, è stato mosso nel Suo agire dal Verbo di Dio, e che gli è stata attribuita la dignità di unigenito, come ad uno diverso da lui, sia anatema.

8. Se qualcuno osa dire che l’uomo assunto dev’essere con-adorato col Verbo di Dio, con-glorificato e con-chiamato Dio come si fa di uno con un altro (infatti la particella con che accompagna sempre queste espressioni, fa pensare ciò), e non onora, piuttosto, con un’unica adorazione l’Emmanuele, e non gli attribuisce una unica lode, in quanto il Verbo si è fatto carne (44), sia anatema.

9. Se qualcuno dice che l’unico Signore Gesù Cristo è stato glorificato dallo Spirito, nel senso che egli si sarebbe servito della sua potenza come di una forza estranea, e che avrebbe ricevuto da lui di potere agire contro gli spiriti immondi, e di potere compiere le sue divine meraviglie in mezzo agli uomini, sia anatema.

10. La divina Scrittura dice che il Cristo è divenuto pontefice e apostolo della nostra confessione (45), e che si è offerto per noi in odore di soavità a Dio Padre (46). Perciò se qualcuno dice che è divenuto pontefice e apostolo nostro non lo stesso Verbo di Dio, quando si fece carne e uomo come noi, ma, quasi altro da lui, l’uomo nato dalla donna preso a sé; o anche se qualcuno dice che ha offerto il sacrificio anche per sé, e non, invece, solamente per noi (e, infatti, non poteva aver bisogno di sacrificio chi noia conobbe peccato), sia anatema.

11. Se qualcuno non confessa che la carne del Signore è vivificante e (che essa è la carne) propria dello stesso Verbo del Padre, (e sostiene, invece, che sia) di un altro, diverso da lui, e unito a lui solo per la sua dignità; o anche di uno che abbia ricevuto solo la divina abitazione; se, dunque, non confessa che sia vivificante, come abbiamo detto inquantoché divenne propria del Verbo, che può vivificare ogni cosa, sia anatema.

12. Se qualcuno non confessa che il Verbo di Dio ha sofferto nella carne, è stato crocifisso nella carne, ha assaporato la morte nella carne, ed è divenuto il primogenito dei morti (47), inquantoché, essendo Dio, è vita e dà la vita, sia anatema.

2 Daniele 7; Apocalisse 12‑13; 14, 6‑7; 17; 20.

“…. Sincerità, figli. Nella parola e nella preghiera. Non fate co­me gli ipocriti che quando pregano amano stare a pregare nelle sinagoghe o sugli angoli delle piazze per essere visti dagli uo­mini e lodati come uomini pii e giusti mentre poi, nell’interno delle famiglie, sono colpevoli verso Dio e verso il prossimo.

Non riflettete che questo è come uno spergiuro? Perché voi volete sostenere ciò che vero non è allo scopo di conquistarvi una sti­ma che non meritate? La orazione ipocrita ha lo scopo di dire: “In verità io sono un santo. Lo giuro agli occhi di chi mi vede e che non possono mentire di vedermi pregare”. Velo steso sulla malvagità esistente, la preghiera fatta con simili scopi diviene una bestemmia. Lasciate che Dio vi proclami santi, e fate che tutta la vo­stra vita gridi per voi: “Ecco un servo di Dio “Ma voi, ma voi, per carità di voi, tacete. Non fate della vostra lingua, mossa dalla vostra superbia, un oggetto di scandalo agli occhi degli angeli. Meglio sarebbe diveniste sull’istante muti se non ave­te la forza di comandare all’orgoglio e alla lingua, auto-procla­mandovi giusti e gradevoli a Dio.

Lasciate ai superbi e ai falsi questa povera gloria! Lasciate ai superbi e ai falsi questa effi­mera ricompensa. Povera ricompensa! Ma è quale la voglio­no, e non ne avranno altra perché più di una non se ne può avere. O quella vera, del Cielo, e che è eterna e giusta. O quella non vera, della terra, che dura quanto la vita dell’uomo e an­che meno e che poi, essendo ingiusta, è pagata, oltre la vita, con una ben mortificante punizione.

Udite come dovete pregare e col labbro e col lavoro e con tutto voi stessi, per impulso del cuore che ama, sì, Dio, e Pa­dre lo sente, ma che anche sempre ricorda chi è il Creatore e che è la creatura, e sta con amore riverenziale al cospetto di Dio, sempre, sia che òri o che traffichi, sia che cammini o che riposi, sia che guadagni o che benefichi.

Per impulso del cuore, ho detto. E’ la prima ed essenziale qualità. Perché tutto viene dal cuore, e come è il cuore tale è la mente, tale la parola, lo sguardo, l’azione.

L’uomo giusto dal suo cuore di giusto trae fuori il bene, e più ne trae più ne trova, perché il bene fatto procrea novello bene, così come il sangue che si rinnovella nel circolo delle vene e torna al cuo­re arricchito di sempre nuovi elementi, tratti dall’ossigeno che ha assorbito e dal succo dei cibi che ha assimilato. Mentre il perverso dal suo buio cuore pieno di frode e di veleni non può che trarre frode e veleno, che sempre più si accrescono, corro­borati come sono dalle colpe che si accumulano, come nel buo­no dalle benedizioni di Dio che si accumulano.

Credete pure che è l’esuberanza del cuore quella che trabocca dalle labbra e si rivela nelle azioni. Voi fatevi un cuore umile e puro, amoroso, fiducioso, since­ro; amate Dio col pudico amore che ha una vergine per lo spo­so. In verità vi dico che ogni anima è una vergine sposata al­l’eterno Amatore, a Dio Signor nostro; questa terra è il tempo del fidanzamento nel quale l’angelo dato a custode di ogni uo­mo è lo spirituale paraninfo, e tutte le ore della vita e le con­tingenze della vita altrettante ancelle che preparano il corredo nuziale.

L’ora della morte è l’ora delle nozze compiute e allora viene la conoscenza, l’abbraccio, la fusione, e con veste di sposa compiuta l’anima può alzare il suo velo e gettarsi nelle braccia del suo Dio senza che per amare così lo Sposo possa indurre altri allo scandalo.

Ma per ora, o anime ancora sacrificate nel laccio del fidan­zamento con Dio, quando volete parlare allo Sposo, mettetevi nella pace della vostra dimora, e soprattutto nella pace della vostra dimora interiore, e parlate, angelo di carne fiancheg­giato dall’angelo custode, al Re degli angeli. Parlate al Padre vostro nel segreto del vostro cuore e della vostra stanza inte­riore. Lasciate fuori tutto quanto è mondo: e la smania di es­sere notati e quella di edificare, e gli scrupoli delle lunghe pre­ghiere colme di parole, parole, parole e monotone, e tiepide e scialbe d’amore. Per carità!

Liberatevi dalle misure nel pregare. In verità vi sono alcuni che sprecano più e più ore in un monologo ripe­tuto con le labbra sole, e che è un vero soliloquio perché nep­pur l’angelo custode lo ascolta, tanto è rumore vano che egli cerca di rimediare sprofondandosi di suo in ardente orazione per il suo stolto custodito. In verità vi sono alcuni che non use­rebbero quelle ore diversamente neppure se Dio apparisse lo­ro dicendo: “La salute del mondo dipende dal tuo lasciare que­sta loquela senz’anima per andare, magari, semplicemente ad attingere dell’acqua ad un pozzo ed a spargere quell’acqua al suolo per amore di Me e dei tuoi simili”.

In verità vi sono al­cuni che credono più grande il loro monologo all’atto cortese di accogliere un visitatore o a quello caritativo di soccorrere un bisognoso. Sono animi caduti nell’idolatria della preghiera. La preghiera è azione d’amore.

E amare si può tanto oran­do che facendo il pane, tanto meditando che assistendo un in­fermo, tanto compiendo pellegrinaggio al Tempio che accuden­do alla famiglia, tanto sacrificando un agnello quanto sacrifi­cando i nostri anche giusti desideri di raccogliersi nel Signo­re.

Basta che uno intrida tutto se stesso e ogni sua azione nel­l’amore. Non abbiate paura! Il Padre vede. Il Padre compren­de. Il Padre ascolta. Il Padre concede. Quante grazie non sono date anche per un solo, vero, perfetto sospiro d’amore! Quan­ta abbondanza per un sacrificio intimo fatto con amore.

Non siate simili ai gentili. Dio non ha bisogno che gli diciate ciò che deve fare perché voi ne abbisognate. Ciò possono dirlo i pagani ai loro idoli che non possono intendere. Non voi a Dio, al vero, spirituale Iddio che non è solo Dio e Re, ma è Padre nostro e sa, prima ancora che voi glielo chiediate, di che avete bisogno. Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e verrà aperto a chi picchia.

Quando un figlio vostro vi tende la manina dicendovi: “Padre, ho fame”, gli date forse un sas­so? Gli date un serpente se vi chiede un pesce? No, anzi che date pane e pesce, ma inoltre date carezza e benedizione, per­ché è dolce ad un padre nutrire la sua creatura e vederne il sorriso felice. Se dunque voi di imperfetto cuore sapete dare buoni doni ai vostri figli solo per l’amore naturale, comune an­che all’animale verso la prole, quanto più il Padre vostro che è nei Cieli concederà a coloro che gliele chiedono le cose buo­ne e necessarie al loro bene.

Non abbiate paura di chiedere e non abbiate paura di non ottenere! Però (ecco che Io vi metto in guardia contro un facile erro­re) però non fate come i deboli nella fede e nell’amore, i paga­ni della religione vera - perché anche fra i credenti vi sono pagani la cui povera religione è un groviglio di superstizioni e di fede, un manomesso edificio in cui si sono infiltrate erbe parassitarie d’ogni specie, al punto che esso si sgretola e cade in rovina - i quali, deboli e pagani, sentono morire la fede se non si vedono esauditi. Voi chiedete. E vi pare giusto di chiedere. Infatti per quel momento non sarebbe neanche ingiusta quella grazia. Ma la vita non termina in quel momento. E ciò che è bene oggi può essere non bene domani. Voi questo non lo sapete, perché voi sapete solo il presente, ed è una grazia di Dio anche questa. Ma Dio conosce anche il futuro. E molte volte per risparmiar­vi una pena maggiore vi lascia non esaudita una preghiera.

Nel mio anno di vita pubblica più di una volta ho sentito dei cuori gemere: “Quanto ho sofferto allora, quando Dio non mi ha ascoltato. Ma ora dico: ‘Fu bene così perché quella gra­zia mi avrebbe impedito di giungere a quest’ora di Dio’ “Al­tri ho sentito dire e dirmi: “Perché, Signore, non mi esaudi­sci? A tutti lo fai, e a me no?”. E pure, avendo dolore di veder soffrire, ho dovuto dire: “Non posso”, perché l’esaudirli avreb­be voluto dire mettere un intralcio al loro volo alla vita per­fetta. Anche il Padre delle volte dice: “Non posso”. Non per­ché non possa compiere l’atto immediato. Ma perché non lo vuole compiere per conoscenza delle conseguenze future.

Udite. Un bambino è malato alle viscere. La madre chia­ma il medico e il medico dice: “Per guarire occorre digiuno assoluto”. Il bambino piange, strilla, supplica, pare languire. La madre, pietosa sempre, unisce i suoi lamenti a quelli del figlio. Le pare durezza del medico quel divieto assoluto. Le pare che possa nuocere al figlio quel digiuno e quel pianto. Ma il medico resta inesorabile. Infine dice: ” Donna, io so, tu non sai. Vuoi perdere tuo figlio o vuoi che io te lo salvi? “La ma­dre urla: “Voglio che egli viva! “.”E allora ” dice il medico “io non posso concedere cibo. Sarebbe la morte “Anche il Pa­dre dice così, delle volte. Voi, madri pietose del vostro io, non lo volete sentire piangere per negata grazia. Ma Dio dice: “Non posso. Sarebbe il tuo male “Viene il giorno, o viene l’eterni­tà, in cui si giunge a dire: “Grazie, mio Dio, di non avere ascol­tato la mia stoltezza! “.

#960#EV1.c44

[…] «E fàtti venire le parenti. Non rimanere sola. Sarò più tran­quillo, Madre, e tu sai se ho bisogno d’esser tranquillo per com­piere la mia missione. Il mio amore non ti mancherà. Io verrò sovente e ti farò avvertire quando sarò in Galilea e non potrò venire a casa. Tu verrai da Me, allora. Mamma, quest’ora do­veva venire. Si è iniziata qui, quando l’Angelo ti apparve; ora scocca e noi dobbiamo viverla, non è vero, Mamma? Dopo ver­rà la pace della prova superata e la gioia. Prima bisogna vali­care questo deserto come gli antichi Padri per entrare nella Terra Promessa. Ma il Signore Iddio ci aiuterà come aiutò lo­ro. E ci darà il suo aiuto come manna spirituale per nutrire il nostro spirito nello sforzo della prova. Diciamo insieme al Padre nostro… ».

 

E Gesù si alza e Maria con Lui e alzano il volto al cielo. Due ostie vive che lucono nell’oscurità .

Gesù dice lentamente, ma con voce chiara e scandendo le parole, la preghiera dominicale. Appoggia molto sulle frasi: «adveniat Regnum tuum, fiat voluntas tua» distanziando mol­to queste due frasi dalle altre. Prega con le braccia aperte, non proprio a croce, ma come stanno i sacerdoti quando si volgono a dire: «Dominus vobiscum». Maria tiene le mani congiunte. […]

 ———————————–

Pàter nòster, qui es in caelis,
sanctificètur nomen tùum, advèniat regnum tùum,
fiat volùntas tua sìcut in caelo et in terra;
panem nostrum cotidiànum dà nobis hòdie,
et dimìtte nobis dèbita nostra
sìcut et nos dimìttimus debitòribus nostris,
et ne nos indùcas in tentatiònem,
sed lìbera nos a malo.
Amen

 

203. La preghiera del “Padre nostro”.

 

28 giugno 1945.

 

[…] «Sostiamo… Miei cari, cari tanto, di­scepoli miei e miei continuatori in futuro, venite a Me vicino. Un giorno, e non uno solo, voi mi avete detto: “Insegnaci a pregare come Tu preghi. Insegnaci come Giovanni lo insegnò ai suoi, acciò noi discepoli si possa pregare con le stesse paro­le del Maestro”. Ed Io vi ho sempre risposto: “Vi farò questo quando vedrò in voi un minimo di preparazione sufficiente, ac­ciò la preghiera non sia formula vana di parole umane, ma vera conversazione col Padre”. A questo siamo giunti. Voi siete possessori di quanto basta per poter conoscere le parole degne di essere dette a Dio. E ve le voglio insegnare questa sera, nella pace e nell’amore che è fra noi, nella pace e nell’amore di Dio e con Dio, perché noi abbiamo ubbidito al precetto pasquale, da veri israeliti, e al comando divino sulla carità verso Dio e verso il prossimo.

Uno fra voi ha molto sofferto in questi giorni. Sofferto per un atto immeritato, e sofferto per lo sforzo fatto su se stesso per contenere lo sdegno che quell’atto aveva eccitato. Sì, Simone di Giona, vieni qui. Non c’è stato un fre­mito del tuo cuore onesto che mi sia stato ignoto, e non c’è stata pena che Io non abbia condivisa con te. Io e i tuoi compa­gni… ».

«Ma Tu, Signore, sei stato ben più offeso di me! E questa era per me una sofferenza più… più grande, no, più sensibi­le.. .neppure… più… più… Ecco: che Giuda abbia avuto schifo di partecipare alla mia festa  mi ha fatto male come uomo. Ma di vedere che Tu eri addolorato e offeso mi ha fatto male in un altro modo e ne ho sofferto il doppio… Io… non mi voglio vantare e fare bello usando le tue parole… Ma devo dire, e se faccio superbia dimmelo Tu, devo dire che ho sofferto con la mia anima… e fa più male».

«Non è superbia, Simone. Hai sofferto spiritualmente per­ché Simone di Giona, pescatore di Galilea, si sta mutando in Pietro di Gesù, Maestro dello spirito, per cui anche i suoi di­scepoli divengono attivi e sapienti nello spirito. E per questo tuo progredire nella vita dello spirito, è per questo vostro pro­gredire che Io vi voglio questa sera insegnare l’orazione. Quan­to siete mutati dalla sosta solitaria in poi! »   

«Tutti, Signore? » chiede Bartolomeo un poco incredulo.

«Comprendo ciò che vuoi dire… Ma Io parlo a voi undici. Non ad altri… »  

«Ma che ha Giuda di Simone, Maestro? Noi non lo com­prendiamo più… Pareva tanto cambiato, e ora, da quando ab­biamo lasciato il lago… » dice desolato Andrea.

 «Taci, fratello. La chiave del mistero ce l’ho io! Ci si è at­taccato un pezzettino di Belzebù. E’ andato a cercarlo nella ca­verna di Endor per stupire e… e è stato servito! Il Maestro lo ha detto quel giorno… A Gamala i diavoli sono entrati nei porci. A Endor i diavoli, usciti da quel disgraziato di Giovanni, sono entrati in lui… Si capisce che… si capisce… Lasciamelo dire, Maestro! Tanto è qui, in gola, e se non lo dico non esce, e mi ci avveleno…».

«Simone, sii buono!».

«Sì, Maestro… e ti assicuro che non farò sgarbi a lui. Ma dico e penso che essendo Giuda un vizioso - tutti lo abbiamo capito - è un poco affine al porco… e si capisce che i demoni scelgono volentieri i porci per i loro… cambi di dimora. Ecco, l’ho detto».

«Tu dici che è così?» chiede Giacomo di Zebedeo.

«E che vuoi che altro sia? Non c’è stata nessuna ragione per diventare così intrattabile. Peggio che all’Acqua Specio­sa! E là potevo pensare che era il luogo e la stagione che lo innervosivano. Ma ora…».

«C’è un’altra ragione, Simone…»

«Dilla, Maestro. Sono contento di ricredermi sul compa­gno».

«Giuda è geloso. È inquieto per gelosia».

«Geloso? Di chi? Non ha moglie e, anche l’avesse, e fosse con le donne, io credo che nessuno di noi userebbe spregio al condiscepolo. ..».

«E’ geloso di Me. Considera: Giuda si è alterato dopo En­dor e dopo Esdrelon. Ossia quando ha visto che Io mi sono oc­cupato di Giovanni e di Jabé. Ma ora che Giovanni, soprattut­to Giovanni, verrà allontanato passando da Me a Isacco, ve­drai che torna allegro e buono ».

«E… bene! Non mi vorrai però dire che non è preso da un demonietto. E soprattutto. .. No, lo dico! E soprattutto non mi vorrai dire che si è migliorato in questi mesi. Ero geloso an­che io l’anno scorso… Non avrei voluto nessuno più di noi sei, i primi sei, lo ricordi? Ora, ora… lasciami invocare Dio una volta tanto a testimonio del mio pensiero. Ora dico che sono felice più aumentano i discepoli intorno a Te. Oh! vorrei ave­re tutti gli uomini e portarli a Te e tutti i mezzi per poter sov­venire chi ne ha bisogno, perché la miseria non sia a nessuno di ostacolo per venire a Te. Dio vede se dico il vero. Ma perché sono così ora? Perché mi sono lasciato cambiare da Te. Lui… non è cambiato. Anzi… Va’ là, Maestro… Un demonietto lo ha preso…».

«Non lo dire. Non lo pensare. Prega perché guarisca. La gelosia è una malattia…».

«Che al tuo fianco guarisce se uno lo vuole. Ah! lo soppor­terò, per Te… Ma che fatica!…».

«Ti ho dato il premio per essa: il bambino. E ora ti insegno a pregare…».

«Oh! sì, fratello. Parliamo di questo… e il mio omonimo sia ricordato solo come uno che ha bisogno di questo. Mi pare che ha già il suo castigo. Non è con noi in quest’ora! » dice Giu­da Taddeo.

«Udite. Quando pregate dite così:

 

“Padre nostro che sei nei Cieli, sia santificato il Nome tuo, venga il Regno tuo in terra come lo è in Cielo, e in terra come in Cielo sia fatta la Volontà tua. Dàcci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno”.


Gesù si è alzato per dire la preghiera e tutti lo hanno imi­tato, attenti, commossi.

 «Non occorre altro, amici miei. In queste parole è chiuso come in un cerchio d’oro tutto quanto abbisogna all’uomo per lo spirito e per la carne e il sangue. Con questo chiedete ciò che è utile a quello e a questi. E se farete ciò che chiedete, ac­quisterete la vita eterna. È una preghiera tanto perfetta che i marosi delle eresie e il corso dei secoli non l’intaccheranno.

Il cristianesimo sarà spezzettato dal morso di Satana e molte parti della mia carne mistica verranno staccate, separate, fa­centi cellule a sé, nel vano desiderio di crearsi a corpo perfet­to come sarà il Corpo mistico del Cristo, ossia quello dato da tutti i fedeli uniti nella Chiesa apostolica che sarà, finché sa­rà la terra, l’unica vera Chiesa. Ma queste particelle separate, prive perciò dei doni che Io lascerò alla Chiesa Madre per nutrire i miei figli, si chiameranno però sempre cristiane, aven­do culto al Cristo, e sempre si ricorderanno, nel loro errore, di essere venute dal Cristo. Ebbene, esse pure pregheranno con questa universale preghiera.

Ricordatevela bene. Meditatela continuamente. Applicatela alle vostre azioni. Non occorre al­tro per santificarsi. Se uno fosse solo, in un posto di pagani, senza chiese, senza libri, avrebbe già tutto lo scibile da medi­tare in questa preghiera e una chiesa aperta nel suo cuore per questa preghiera. Avrebbe una regola e una santificazione sicura.

“Padre nostro”.

Io lo chiamo: “Padre”. Padre è del Verbo, Padre è dell’In­carnato. Così voglio lo chiamiate voi, perché voi siete uni con Me se voi in Me permanete. Un tempo era che l’uomo doveva gettarsi volto a terra per sospirare, fra i tremori dello spavento: “Dio!”.

Chi non crede in Me e nella mia parola ancora è in questo tremore paralizzante. ..

Osservate nel Tempio. Non Dio, ma anche il ricordo di Dio è celato dietro triplice velo agli occhi dei fedeli. Separa­zioni di distanze, separazioni di velami, tutto è stato preso e applicato per dire a chi prega: “Tu sei fango. Egli è Luce. Tu sei abbietto. Egli è Santo. Tu sei schiavo. Egli è Re”.

Ma ora!… Alzatevi! Accostatevi! Io sono il Sacerdote eterno. Io posso prendervi per mano e dire: “Venite”. Io posso afferrare le tende del velario e aprirle, spalancando l’inacces­sibile luogo chiuso fino ad ora. Chiuso? Perché? Chiuso per la Colpa , sì. Ma ancor più serrato dall’avvilito pensiero degli uo­mini. Perché chiuso, se Dio è Amore, se Dio è Padre?

Io posso, Io devo, Io voglio portarvi non nella polvere, ma nell’azzurro; non lontani, ma vicini; non in veste di schiavi, ma di figli sul cuore di Dio.

“Padre! Padre!” dite. E non stancatevi di dire questa pa­rola. Non sapete che ogni volta che la dite il Cielo sfavilla per la gioia di Dio? Non diceste che questa, e con vero amore, fa­reste già orazione gradita al Signore.

“Padre! Padre mio!” dicono i piccoli al padre loro. E la parola che dicono per prima: “Madre, padre”.

Voi siete i pargoli di Dio. Io vi ho gene­rati dal vecchio uomo che eravate e che Io ho distrutto col mio amore per far nascere l’uomo nuovo, il cristiano.

Chiamate dunque con la parola che per prima conoscono i pargoli, il Padre Ss. che è nei Cieli.

 

“Sia santificato il tuo Nome.

Oh! Nome più di ogni altro santo e soave, Nome che il ter­rore del colpevole vi ha insegnato a velare sotto un altro. No, non più Adonai, non più. È Dio. E’ il Dio che in un eccesso di amore ha creato l’Umanità. L’Umanità, d’ora in poi, con le lab­bra mondate dal lavacro che Io preparo, lo chiami col suo No­me, riservandosi di comprendere con pienezza di sapienza il vero significato di questo Incomprensibile quando, fusa con Es­so, l’Umanità, nei suoi figli migliori, sarà assurta al Regno che Io sono venuto a stabilire.

 

“Venga il Regno tuo in terra come in Cielo”

Desideratelo con tutte le vostre forze questo avvento. Sa­rebbe la gioia sulla terra se esso venisse. Il Regno di Dio nei cuori, nelle famiglie, fra i cittadini, fra le nazioni. Soffrite, fa­ticate, sacrificatevi per questo Regno. Sia la terra uno spec­chio che riflette nei singoli la vita dei Cieli. Verrà. Un giorno tutto questo verrà.  Secoli e secoli di lacrime e sangue, di erro­ri, di persecuzioni, di caligine rotta da sprazzi di luce irrag­gianti dal Faro mistico della mia Chiesa - che, se barca è, e non verrà sommersa, è anche scogliera incrollabile ad ogni ma­roso, e alta terrà la Luce , la mia Luce, la Luce di Dio - prece­deranno il momento in cui la terra possederà il Regno di Dio. E sarà allora come il fiammeggiare intenso di un astro che, raggiunto il perfetto del suo esistere, si disgrega, fiore smisu­rato dei giardini eterei, per esalare in un rutilante palpito la sua esistenza e il suo amore ai piedi del suo Creatore. Ma ve­nire verrà. E poi sarà il Regno perfetto, beato, eterno del Cielo

 

 “E in terra come in Cielo sia fatta la tua Volontà”.

L’annullamento della volontà propria in quella di un altro si può fare solamente quando si è raggiunto il perfetto amore verso quella creatura.

L’annullamento della volontà propria in quella di Dio si può fare solo quando si è raggiunto il pos­sesso delle teologali virtù in forma eroica.

In Cielo, dove tutto è senza difetti, si fa la volontà di Dio. Sappiate, voi, figli del Cielo, fare ciò che in Cielo si fa.

 

 “Dacci il nostro pane quotidiano” 

Quando sarete nel Cielo vi nutrirete soltanto di Dio. La bea­titudine sarà il vostro cibo. Ma qui ancora abbisognate di pa­ne. E siete i pargoli di Dio. Giusto dunque dire: “Padre, dac­ci il pane”.

Avete timore di non essere ascoltati? Oh, no! Considerate. Se uno di voi ha un amico e, accorgendosi di essere privo di pane per sfamare un altro amico o un parente, giunto da lui sulla fine della seconda vigilia, va ad esso dicendo:

“Amico, prestami tre pani perché m’è venuto un ospite e non ho che dargli da mangiare”, può mai sentirsi rispondere dal di den­tro della casa: “Non mi dare noia perché ho già chiuso l’uscio e assicurati i battenti e i miei figli dormono già al mio fianco. Non posso alzarmi e darti quanto vuoi”?No. Se egli si è rivol­to ad un vero amico e se insiste, avrà ciò che chiede. L’avreb­be anche se colui a cui si è rivolto fosse un amico poco buono. Lo avrebbe per la sua insistenza, perché il richiesto di tal fa­vore, pur di non essere più importunato, si affretterà a dar­gliene quanti ne vuole.

Ma voi, pregando il Padre, non vi rivolgete ad un amico della terra, ma vi rivolgete all’Amico perfetto che è il Padre del Cielo. Perciò Io vi dico: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e trovere­te, picchiate e vi sarà aperto”. Infatti a chi chiede viene dato, chi cerca finisce col trovare, e a chi bussa si apre la porta. Chi fra i figli degli uomini si vede porre in mano un sasso se chiede al proprio padre un pane? E chi si vede dare un ser­pente al posto di un pesce arrostito? Delinquente sarebbe quel padre se così facesse alla propria prole. Già l’ho detto e lo ri­peto per persuadervi a sensi di bontà e di fiducia. Come dun­que uno di sana mente non darebbe uno scorpione al posto di un uovo, con quale maggiore bontà non vi darà Dio ciò che chie­dete! Poiché Egli è buono, mentre voi, più o meno, malvagi siete. Chiedete dunque con amore umile e figliale il vostro pa­ne al Padre.

 

“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Vi sono i debiti materiali e quelli spirituali. Vi sono anche i debiti morali. È debito materiale la moneta o la merce che avuta in prestito va restituita. È debito morale la stima car­pita e non resa e l’amore voluto e non dato.

E’ debito spiritua­le l’ubbidienza a Dio dal quale molto si esigerebbe salvo dare ben poco, e l’amore verso di Lui. Egli ci ama e va amato, così come va amata una madre, una moglie, un figlio da cui si esi­gono tante cose.

L’egoista vuole avere e non dà. Ma l’egoista è agli antipodi del Cielo. Abbiamo debiti con tutti. Da Dio al parente, da questo all’amico, dall’amico al prossimo, dal pros­simo al servo e allo schiavo, essendo tutti esseri come noi.

Guai a chi non perdona! Non sarà perdonato. Dio non può, per giu­stizia, condonare il debito dell’uomo a Lui Ss. se l’uomo non perdona al suo simile.

 

“Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno”.

L’uomo che non ha sentito il bisogno di spartire con noi la cena di Pasqua mi ha chiesto, or è men di un anno: “Come? Tu hai chiesto di non essere tentato e di essere aiutato, nella tentazione, contro la stessa?”.

Eravamo noi due soli… e ho riposto. Eravamo poi in quattro, in una solitaria plaga, ed ho risposto ancora. Ma non è ancora servito, perché in uno spiri­to tetragono occorre fare breccia demolendo la mala fortezza della sua caparbietà. E perciò lo dirò ancora una, dieci, cento volte, fino a che tutto sarà compiuto.

Ma voi, non corazzati di infelici dottrine e di ancora più in­felici passioni, vogliate pregare così. Pregate con umiltà per­ché Dio impedisca le tentazioni.

Oh! l’umiltà! Conoscersi per quello che si è! Senza avvilirsi, ma conoscersi. Dire: “Potrei cedere anche se non mi sembra poterlo fare, perché io sono un giudice imperfetto di me stesso. Perciò, Padre mio, dàmmi, pos­sibilmente, libertà dalle tentazioni col tenermi tanto vicino a Te da non permettere al Maligno di nuocermi”.

Perché, ricor­datelo, non è Dio che tenta al male, ma è il Male  che tenta. Pregate il Padre perché sorregga la vostra debolezza al punto che essa non possa essere indotta in tentazione dal Maligno.

Ho detto, miei diletti. Questa è la mia seconda Pasqua fra voi. Lo scorso anno spezzammo soltanto il pane e l’agnel­lo. Quest’anno vi dono la preghiera. Altri doni avrò per le al­tre mie Pasque fra voi, acciò, quando Io sarò andato dove il Padre vuole, voi abbiate un ricordo di Me, Agnello, in ogni fe­sta dell’agnello mosaico.

 Alzatevi e andiamo. Rientreremo in città all’aurora. Anzi, domani tu, Simone, e tu, fratello mio (indica Giuda), andrete a prendere le donne e il bambino. Tu, Simone di Giona, e voi altri, starete con Me finché costoro tornano. Poi andremo in­sieme a Betania».

E scendono fino al Getsemani nella cui casa entrano per il riposo.

 

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[… ]Gesù fa per andarsene. Giovanni, al quale il fratello e l’altro Giacomo insieme a Pietro e Bartolomeo hanno parlato sottovoce, si alza e lo segue dicendo:

«Gesù, mio Dio. Noi speravamo di dire con Te l’ora­zione al Padre tuo. La tua orazione. Ci sentiamo poco perdonati se Tu non ci concedi di dirla con Te. Noi sentiamo di averne tanto bisogno…».

«Dove due sono uniti in preghiera, là sono Io in mezzo a lo­ro. Dite allora fra voi l’orazione e Io sarò fra voi».

«Ah! Tu non ci giudichi più degni di orare con Te!», grida Pietro col volto nascosto fra le erbe, non tutte monde del San­gue divino, e un grande pianto.

Giacomo d’Alfeo esclama: «Noi siamo infelici, frat… Signo­re».

Si riprende tosto, dicendo “Signore” in luogo di “fratello”. E Gesù lo guarda e dice:

«Perché non mi dici fratello, tu, del mio sangue? Fratello a tutti gli uomini, a te lo sono doppia­mente, triplicemente, come figlio d’Adamo, come figlio di Da­vide, come figlio di Dio. Termina la tua parola».

«Fratello, mio Signore, noi siamo infelici e stolti, Tu lo sai, e più stolti ci fa l’avvilimento in cui siamo. Come possiamo di­re con l’anima la tua orazione se non ne sappiamo il significa­to?».

«Quante volte, come a fanciulli minorenni, Io ve l’ho spie­gato! Ma più duri di cervice che il più distratto degli scolari di un pedagogo, voi non avete ritenuto la mia parola!».

«E’ vero! Ma ora la nostra mente è confitta sulla nostra tor­tura di non averti capito… Oh! nulla abbiamo capito! Io lo con­fesso per tutti! E ancora non ti comprendiamo bene, o Signore. Ma, te ne prego, l’indulgenza per il nostro male traila dallo stes­so male che ci fa ottusi. Tu eri spirato e il grande rabbi urlò la verità dell’ottusità di Israele, là, ai piedi della tua Croce. E Tu, Dio onnipresente, liberato Spirito di Dio dalla carcere della Carne, hai sentito quelle parole: “Secoli e secoli di cecità spiri­tuale stanno sulla vista interiore”, e ti ha pregato: “In questo pensiero, prigioniero delle formule, penetra Tu, Liberatore”. O mio adoràto e adorabile Gesù, che ci hai salvati dalla Colpa di origine prendendo su Te i nostri peccati e consumandoli nell’ar­dore del tuo amore perfetto, prendi, consuma anche l’intelletto nostro di ostinati israeliti, dacci una mente nuova, vergine co­me quella di un infante uscito ora da un seno, smemoraci per riempirci della tua sola sapienza.

Tante cose del passato sono morte in quel giorno orrendo. Morte con Te. Ma, ora che sei ri­sorto, fa’ che nasca in noi un nuovo pensiero. Creaci un cuore e una mente nuova, Signor mio, e noi ti capiremo», prega Gio­vanni.

«Non sta a Me questo compito, ma a Colui di cui vi ho parlato nell’ultima Cena. Ogni mia parola si perde nell’abisso del vostro pensiero, in tutto o in parte, o resta serrata e chiusa nel suo spirito. Solo il Paraclito, quando sarà venuto, estrarrà dal vostro abisso le mie parole e ve le aprirà per farvi com­prendere lo spirito di esse».

 «Ma Tu ce lo hai infuso», obbietta lo Zelote. «Ma Tu hai detto che, quando Tu fossi andato al Padre, Egli, lo Spirito di Verità, sarebbe venuto», obbietta, insieme allo Zelote, Matteo.

«Ditemi: quando un bambino nasce ha l’anima infusa?».

«Certo che l’ha!», rispondono tutti.

«Ma quest’anima ha la Grazia di Dio?».

«No. La Colpa d’origine è su essa e la priva della Grazia».

«E l’anima e la Grazia di dove vengono?».

«Da Dio!».

«Perché allora Dio non dà addirittura un’ anima in grazia alla creatura?».

 «Perché Adamo fu punito, e noi in lui. Ma, ora che Tu sei divenuto il Redentore, così sarà».

«No. Così non sarà. Gli uomini nasceranno sempre impuri nella loro anima, che Dio ha creata e che l’eredità d’Adamo ha maculata.

Ma, per un rito che vi spiegherò un’altra volta, l’ani­ma infusa nell’uomo sarà vivificata della Grazia e lo Spirito del Signore ne prenderà possesso.

Voi però, battezzati con l’ac­qua da Giovanni, sarete battezzati col fuoco della Potenza di Dio. E allora veramente lo Spirito di Dio sarà in voi. E sarà il Maestro che gli uomini non possono perseguitare né scacciare, e che nell’intimo vi dirà lo spirito delle mie parole e molte altre istruzioni. Io ve l’ho infuso perché soltanto per i miei meriti ogni cosa può aversi ed esser valida. Aversi Dio, e aver validità la parola di un delegato di Dio. Ma ancor non è in voi, come Maestro, lo Spirito di Verità».

«Ebbene, così sia. A suo tempo verrà. Ma intanto facci sen­tire il tuo perdono. Siici Maestro, o mio Signore. Ancora, anco­ra, poiché Tu lo hai detto che bisogna perdonare settanta volte sette», insiste Giovanni e termina - è il più fidente e amoroso sempre - osando prendere fra le sue la Mano sinistra di Gesù, pendente lungo la persona, e sulla quale la luna pare rendere ancor più grande lo squarcio del chiodo:

«Tu che sei la Luce eterna, non permettere che i tuoi servi restino nelle tenebre», e bacia le dita lievemente, sulla punta, queste dita rimaste un poco piegate, proprio come sono quelle di chi fu ferito ed è guarito ma i nervi ne restano lievemente contratti.

«Venite. Saliamo più in alto e diremo insieme l’orazione», concede Gesù lasciando la sua mano in quelle di Giovanni, mentre già cammina verso il limite più alto del Getsemani, verso la via alta che, per il campo dei Galilei, va a Betania.

 Anche qui si vede che le opere di delimitazione volute da Lazzaro sono in corso. Anzi qui, più lontano dalla casa del guardiano dell’uliveto, già è alzato un muro liscio e alto, che segue la siepe e il sentiero a curve che erano il limite del Getsemani.

Gerusalemme, in basso, esce lentamente dalle tenebre an­che nelle parti a ponente, poiché la luna è ora allo zenit e imbianca tutte le cose col suo falcetto sottile, lucente come una fiamma diamantata posata sul cupo del firmamento, sul quale palpitano le corolle luminose di un numero incalcolabile di stelle, delle così inverosimili stelle dei cieli d’oriente.

Gesù apre le braccia nella sua consueta posizione di pre­ghiera e intona:

«Padre nostro che sei nei Cieli». Si interrompe e commenta: «Che Padre sia, ve ne ha dato prova l’avervi perdonato. Voi, più di tutti tenuti a perfezione, voi, così beneficati e così, come voi dite, inetti alla missione, quale Signore, che non vi fosse Padre, non vi avrebbe puniti? Io non vi ho punito. Il Padre non vi ha punito. Perché ciò che fa il Padre, il Figlio fa; perché ciò che fa il Figlio, il Padre fa, essendo Noi una sola Divinità unita nell’Amore. Io sono nel Padre, e il Padre è con Me. Il Verbo è sempre presso Dio, il quale è senza principio. E il Verbo è da prima di tutte le cose, da sempre, da un’eternità che ha nome sempre, da un presente eterno presso Dio, ed è Dio come Dio, essendo il Verbo del Pensiero divino.

Quando dunque me ne sarò andato, pregando così il Padre nostro, mio e vostro, onde fratelli siamo, Io primogenito, voi mi­nori, vogliate vedere sempre anche Me nel Padre mio e vostro. Vogliate vedere il Verbo che vi fu “il Maestro” e vi amò sino al­la morte e oltre la morte, lasciandovi Se stesso in cibo e bevan­da perché voi foste in Me ed Io in voi sinché dura l’esilio, e poi Io e voi nel Regno per il quale vi ho insegnato a pregare:

“Ven­ga il Regno tuo” dopo che abbiate invocato che le vostre opere santifichino il Nome del Signore dandogli gloria in Terra e in Cielo. Si. Non sarebbe il Regno per voi in Cielo, il Regno per quelli che crederanno come voi, se prima non aveste voluto il Regno di Dio in voi con la pratica reale della Legge di Dio e del­la mia parola, che è il perfezionamento della Legge, avendo da­to, nel tempo della Grazia, la Legge degli eletti, ossia quella di coloro che sono oltre le costituzioni civili, morali, religiose del tempo mosaico, già nella Legge spirituale del tempo di Cristo.

Voi lo vedete cosa è aver la vicinanza di Dio, ma non Dio in voi; cosa è aver la parola di Dio, ma non la pratica reale di quella parola.

Ogni misfatto si è compiuto per questo aver Dio vicino, ma non nel cuore; per questo avere la conoscenza della parola, ma non l’ubbidienza ad essa. Tutto! Tutto per questo. L’ottusità e la delinquenza, il deicidio, il tradimento, le tortu­re, la morte dell’Innocente e del suo Caino, tutto è venuto per questo. Eppure, chi come Giuda fu amato da Me? Ma non ebbe Me-Dio nel suo cuore. Ed è il dannato deicida, l’infinitamente colpevole come israelita e come discepolo, come suicida e come deicida, oltre che per i suoi sette vizi capitali e ogni altra sua colpa.

Regno di Dio in voi ora si può con più facilità aversi, perché Io ve l’ho ottenuto con la mia morte. Io vi ho ricomprati col mio dolore. Ricordatevelo. E nessuno calpesti la Grazia , perché essa è costata la vita ed il Sangue di un Dio. Sia dunque il Regno di Dio in voi, uomini, per la Grazia ; sia sulla Ter­ra, per la Chiesa , sia nel Cielo, per il popolo dei beati che, avendo vissuto con Dio in cuore, uniti al Corpo di cui Cristo è il Capo, uniti alla Vite di cui ogni cristiano è tralcio, meritano di riposare nel Regno di Colui per il quale tutte le cose sono state fatte: Io che vi parlo e che ho dato Me stesso alla Volontà paterna perché tutto potesse essere compiuto. Onde Io posso insegnarvi, senza ipocrisia, che va detto:

“Sia fatta la tua volontà in Terra come in Cielo“. Come Io abbia fatto la volontà del Padre mio, persino le zolle, le erbe, i fiori, le pietre di Palestina, e le mie carni ferite, e tutto un popolo possono dirlo. Fate come Io ho fatto. Sino all’estremo. Sino alla morte di croce se Dio lo vorrà. Perché, ricordatevelo, Io l’ho fatto, e non c’è discepolo che valga misericordia più di Me. Eppure Io ho consumato il più grande dolore. Eppure Io ho ubbidito con perpetue rinunce. Voi sapete. Più ancor comprenderete in futu­ro, quando assomiglierete a Me bevendo un sorso al mio cali­ce… Datevi questo pensiero costante: “Per la sua ubbidienza al Padre, Egli ci ha salvati”. E, se volete essere salvatori, fate ciò che Io ho fatto.

Vi sarà chi conoscerà anche la croce , chi la tortura dei tiranni  e chi la tortura dell’amore, dell’esilio dai Cieli ai quali tenderà sino all’età più tarda prima di salirvi  . Ebbene, in ogni cosa sia fatto ciò che Dio vuole. Pensate che supplizio di morte o supplizio di vita, mentre vorreste morire per venire ove Io sono, sono uguali, se fatti con ilare ubbidien­za, agli occhi di Dio. Sono la sua Volontà. Perciò santi sono.

“Dacci il pane nostro quotidiano”. Giorno per giorno, ora per ora. É fede. É amore. É ubbidienza. É umiltà. É speranza questo chiedere il pane di un giorno e accettarlo come è. Oggi dolce, domani amaro, molto, poco, con spezie o con cenere. Sempre quale è giusto. Lo dà Dio che è Padre. É dunque buono.

Un’altra volta vi dirò dell’altro Pane, che salutare sarebbe di voler mangiare ogni giorno, e di pregare il Padre di mante­nerlo. Perché guai a quel giorno e a quei luoghi dove venisse a mancare per volere d’uomini!

Ora gli uomini voi vedete quanto sono potenti nelle opere loro di tenebre. Pregate il Padre che Egli difenda il suo Pane e ve lo dia. Tanto più lo dia, più le tenebre vorranno soffocare la Luce e la Vita , come in Parasceve fecero. La seconda Parasceve sarebbe senza risurrezione. Ri­cordatelo tutti. Se il Verbo non potrà più essere ucciso, ancor uccisa potrebbe essere la sua dottrina e spenta la libertà e la volontà, in troppi, di amarlo. Ma allora anche Vita e Luce sa­rebbero finite per gli uomini. E guai a quel giorno! Vi sia di esempio il Tempio. Ricordate: ho detto “è il grande Cadavere”. 

“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Peccatori tutti, siate dolci ai peccatori. Ricordate le mie pa­role: “A che guardi la pagliuzza del fratello se prima non levi la trave dal tuo occhio?”. Quello Spirito che vi ho infuso, quell’ordine che vi ho dato vi dànno facoltà di rimettere, in no­me di Dio, i peccati del prossimo. Ma come potrete farlo se a voi non ve li rimette Dio? Parlerò altra volta di ciò. Per ora vi dico: perdonate a chi vi offende per esser perdonati e per avere diritto di assolvere o condannare. Chi è senza peccato può farlo con piena giustizia. Chi non perdona, ed è in colpa e finge scandalo, è un ipocrita e l’Inferno lo attende. Perché, se ancora sarà misericordia ai pupilli, severo sarà il verdetto per i tutori dei pupilli, colpevoli di colpe uguali o maggiori, pur avendo la pienezza dello Spirito a loro aiuto.

“Non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male”. 

Ecco l’umiltà, pietra basilare della perfezione. In verità vi dico di benedire chi vi umilia, perché vi dà il necessario per il vostro celeste trono. No. La tentazione non è rovina, se l’uomo umilmente sta presso il Padre e gli chiede di non permettere che Satana, il mondo e la carne trionfino su lui. Le corone dei beati sono or­nate delle gemme delle tentazioni vinte. Non cercatele. Ma non siate vili quando esse vengono. Umili, e perciò forti, gridate al Padre mio e vostro: “Liberaci dal male”, e vincerete il male. E santificherete veramente il Nome di Dio con le vostre azioni, come ho detto in principio, perché ogni uomo vedendovi dirà: “Dio è, perché essi da dèi vivono, tanto perfetta è la loro con­dotta”, e a Dio verranno, moltiplicando i cittadini del Regno di Dio.

Inginocchiatevi, che Io vi benedica e la mia benedizione vi apra la mente a meditare».

Si prostrano al suolo ed Egli li benedice, e scompare come fosse assorbito dal raggio lunare. Dopo un poco gli apostoli alzano la testa, stupiti di non sentire altre parole, e vedono che Gesù è sparito… Si riabbat­tono col volto al suolo nel tremore, vecchio di secoli, di ogni israelita che abbia la percezione di essere stato a contatto con Dio quale è in Cielo.

 

 

“…A me in particolare dice poi Gesù: